Editore e collana: Einaudi Supercoralli

Anno: 2005

Genere: Narrativa

Traduttore: Bruno Ventavoli

Numero di Pagine: 258

 

Sinossi:

La scrittrice ungherese Magda ha un disperato bisogno di un aiuto domestico. Grazie alla raccomandazione di una compagna di scuola, entra in contatto con Emerenc Szeredàs: portiera, custode della via in cui abitano entrambe e a servizio già in altre (poche e selezionate) famiglie del circondario. Fin dal primo incontro sarà la stessa Emerenc, contrariamente a quanto vorrebbe la prassi, a dettare le proprie condizioni e ad imporre alla scrittrice e al marito un periodo di prova (Io non lavo i panni sporchi al primo che capita). I coniugi superano l’esame ed Emerenc si occuperà di loro e della loro casa per vent’anni, imponendo le proprie regole fatte di distanze, segreti, saltuarie rivelazioni e devozione assoluta, a patto che la porta citata nel titolo, quella che separa l’intimità di Emerenc dal mondo sgarbato e  cannibale, rimanga chiusa. A qualsiasi costo.

 

Carlo Giunta, nel bel volume Come non scrivere (ed. Utet) cita un mémoir di Thekla Clark su Auden, e ricorda che il poeta, quando di trovava a dover recensire un testo, «preferiva lodare. Si rifiutava di recensire libri che non gli piacessero. “È troppo facile essere intelligenti” diceva “quando il materiale è scadente, ed è anche una perdita di tempo”». Ergo, se l’acume di una recensione è inversamente proporzionale alla qualità del libro recensito, preparatevi a una débacle.
Emerenc era imprevedibile, irresistibile, con lei non si poteva fraternizzare, fare amicizia, né discutere, era coraggiosa, era dotata di un’intelligenza perfidamente affascinante, ed era di un’insolenza mortificante. […] Emerenc era pura, invulnerabile, lei era ciò che tutti noi, i migliori di noi, avremmo voluto essere.
Emerenc, il cui nome a noi suona così strano ma che poi non potremo più scordare, soprattutto è un personaggio gigantesco e indimenticabile, al punto che domina la scena anche nell’assenza, e si arroga il diritto di entrare e uscire dalle vite (e dalle case) degli abitanti della sua strada secondo ciò che le suggerisce il suo demone, destabilizzando dalle fondamenta le banali regole del vivere comunitario.

La parola che ricorre più spesso in rete per definire il rapporto tra la scrittrice Magda ed Emerenc è “conflittuale”. Il che dimostra principalmente due cose: la prima è che buona parte delle recensioni online sono frutto di un imbarazzante copia e incolla; la seconda è che non bisogna fidarsi delle recensioni. Il rapporto tra le due protagoniste non è più conflittuale di qualsiasi rapporto umano degno di questo nome, e dopo aver letto il romanzo converrete con me che il termine abusato è quanto meno riduttivo. Definireste “conflittuale” il rapporto tra Frankie Dunn – Clint Eastwood e Maggie Fitzgerald – Hilary Swank in Million dollar baby? Ma procediamo con ordine.
La porta non è un libro che si divora, anche se lo si ama: è pastoso, a tratti raggelante e cupo e claustrofobico. Frase dopo frase stenta a scivolare via, come il Gaviscon che faticosamente scende limaccioso lungo l’esofago. Ma poi, a differenza de La porta, il Gaviscon ti fa sentire in pace col mondo. Al limite, un libro così ti fa sperare che il de profundis che da anni si intona per il genere-romanzo (e a volume ancor più assordante per il Grande-Romanzo) sia da mettere momentaneamente in pausa. Per il resto, La porta è un libro scomodo, che ci mette impietosamente di fronte alle nostre miserie, mostrando che faccia ha il più alto senso della dignità, solo per poi soffocarlo col dolore della più cocente vergogna.

L’atmosfera è quella di una tragedia greca ben scritta, ed Emerenc è un’Antigone che contrappone al protocollo un suo chiaro e solido sistema di valori edificato sulle ferite subite.
La scrittrice/autrice lascia che sia Emerenc a giganteggiare: nella grandezza della vecchia domestica si riflette la grandezza di Szabò, che affida alla voce narrante una parte debole, incerta, in balia di una donna magnetica, misteriosa ma fedele e devota oltre le attese. La subisce come ogni figlia subisce la propria madre; non la licenzia perché le madri non si possono licenziare.
Quante volte capita di incontrare un’immagine che in milioni di altri libri risulterebbe banale e patetica, mentre nel libro che stiamo leggendo è perfettamente credibile e non solo non deteriora il contenuto della storia ma anzi lo rende ancor più ricco e impossibile da dimenticare? Piuttosto di rado, direi. Ecco, in questo romanzo accade spesso: un cane che ulula di dolore perché sente che il capobranco si è addormentato per sempre, una porta che nasconde un tesoro segreto, il sogno di una grande tomba che riunisca una famiglia a pezzi, in mano a Szabò non sono mai espedienti narrativi fini a se stessi, o escamotage per muovere a commozione il lettore (se mi scappa un altro termine francese siete autorizzati a smettere di leggere), sono utili semmai a guidarlo dentro la disperazione della scrittrice che si troverà davanti a un bivio nella totale impossibilità di effettuare una scelta che non sia comunque in qualche modo sbagliata.

Segnalo in fine, en passant (touché!), che nel 2011 è stato presentato a Cannes il film The Door, del regista ungherese Istvan Szabò (incredibile coincidenza, pare che non abbia alcun legame di parentela con l’autrice del romanzo. Evidentemente “Szabò” sta all’Ungheria come “Rossi” sta all’Italia), con Helen Mirren nel ruolo di Emerenc. Difficile tuttavia dire se il film regga il confronto con il libro: il dvd è in vendita a un prezzo esorbitante, e su Youtube per ora si trova solo la versione in lingua originale. Toccherà rimanere innamorati del romanzo.

 

L’autrice

 

Magda Szabò nasce nel 1917 in Ungheria. Prima di diventare una delle scrittrici ungheresi più tradotte nel mondo, lavora come insegnante in un liceo femminile protestante e come dipendente del Ministero della Religione e dell’Educazione fino al 1949. La prima fase della sua produzione è dedicata alla poesia: nei primi anni di matrimonio con lo scrittore Tibor Szobotka completa le sue prime raccolte che vengono poi pubblicate dopo la seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni ’50 consolida la sua fama di scrittrice grazie ai romanzi Freskó e L’altra Ester. Il primo in particolare viene pubblicato in Germania nel 1959 grazie all’intervento e al sostegno di Hermann Hesse. Tra i temi a lei più cari alcune vicende tratte dalla sua vita (Per Elisa, primo volume della sua autobiografia, è stato pubblicato in Ungheria nel 2002) e lo studio di figure femminili complesse e affascinanti. Si è occupata inoltre di letteratura per ragazzi e di sceneggiature teatrali.
Viene insignita di numerosi premi, tra i quali il Premio Kossuth nel 1978, la Laurea honoris causa in teologia presso l’Accademia protestante di Debrecen e poi presso l’Università di Miskolc, la Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica ungherese, il Premio Getz Corporation (Stati Uniti) nel 1993 per La porta del 1987. Nel 2007 vince il premio per il miglior romanzo europeo con Via Katalin.

In quello stesso anno muore, novantenne, nella sua casa vicino a Budapest.