LA SCUOLA CATTOLICA, Edoardo Albinati

Editore e collana: Rizzoli, Scala italiani

Anno: 2016

Genere: Narrativa letteraria

Numero di pagine: 1294

 

SINOSSI:

Il San Leone Magno, liceo privato gestito da preti e frequentato dai figli della nuova borghesia romana, alleva tra i suoi banchi tre schegge impazzite: coloro che saranno conosciuti come gli assassini del delitto del Circeo. Edoardo Albinati, che ha frequentato quello stesso liceo del Quartiere Trieste di Roma, ripercorre la sua infanzia e adolescenza trascorsa dietro le porte chiuse di appartamenti borghesi, all’ombra di villette nascoste nella pineta di Punta Ala, nelle aule di una scuola cattolica per ragazzi perbene, nel tentativo di capire e far capire quale errore in questa miscela abbia portato al fallimento di un esperimento scientifico che avrebbe dovuto dare come esito un idillio di privilegi e sicurezza.

Quella volta c’erano Edmondo De Amicis, Stephen King e Giorgio Bassani. Si parlava di scuola, di compagni di classe e di maestri. Di borghesia, di madri misteriose e infelici, di segreti di famiglia. Di come improvvisamente le case erano cambiate (Dalle camere d’infilata del palazzo nobiliare, […] ai corridoi borghesi su cui si aprono le stanze laterali. Il mito della porta chiusa); di un’Italia e di un’epoca che non esiste più, quando chi possedeva si guardava bene dall’ostentare (Le belle residenze di villeggiatura che quasi non si scorgono, costruite nel folto di boschi e pinete, che lasciano intuire il benessere di chi le abita di fatto nascondendolo); della famiglia, della triste bellezza di certe madri (La vera vita sarebbe altrove, e quelle belle case lussureggianti di begonie sono in qualche misura la compensazione per avervi rinunciato. Non esiste un essere più ascetico della signora benestante. Le ipotesi alternative all’esistenza che effettivamente conducono, lussuosa ma tanto, tanto noiosa, si irradiano attorno al loro viso come un’aureola, conferendogli talvolta un magico splendore); degli insegnanti che lasciano il segno e fanno sì che si diventi ciò che si è; dell’esperienza straniante, malinconica, quasi sempre  deludente, dell’incontrare nel presente fantasmi dei natali passati; della trasformazione della figura dell’assassino, da mostro riconoscibile a everyman; e probabilmente di molto altro.
Aveva fatto una comparsata veloce anche Don DeLillo (sì, quello di Rumore bianco), e a quel punto la conversazione era virata sulla convinzione che a questo mondo non resta che far torto o patirlo, che tra essere vittima o assassino non ci sia una terza opzione, che il momento dell’assassinio riveli l’essere umano a se stesso, che siano i più  fragili e miserabili ad abbracciare il cadavere in decomposizione del fascismo (o del nazismo, nel caso del preside del dipartimento di studi hitleriani di DeLillo: Le persone indifese e timorose vengono attratte dalle figure magiche, mitiche, dai personaggi epici intimidatori e cupamente giganteggianti – Stai parlando di Hitler, mi pare. – Ci sono personaggi più grandi della vita. Hitler è più grande della morte. E tu pensavi che ti avrebbe protetto. Volevi essere aiutato e protetto. La massa dell’orrore non avrebbe dovuto lasciare spazio per la tua morte. “Sommergimi” hai detto. “Assorbi la mia paura”. A un certo livello avresti voluto servirtene per crescere in importanza e forza).
Ecco. Quella volta, seduto in disparte, c’era anche Edoardo Albinati. E aveva preso un sacco di appunti: pare che abbia riempito tre quaderni formato A4 e diciotto taccuini tascabili per ricostruire, un ciottolo dopo l’altro, la strada che ha portato tre ragazzi di buona famiglia educati in un liceo privato fiore all’occhiello di un tranquillo quartiere residenziale di Roma, alla metamorfosi in tre sadici torturatori e assassini.

Perché proprio il Quartiere Trieste, perché proprio il San Leone Magno? La risposta di Albinati sembra essere: perché no? Basta così poco, a volte, perché lo scenario che conosciamo da sempre subisca una grottesca trasformazione che lo rende irriconoscibile. Nient’altro che questo è la tragedia: mostrare il rovescio delle cose, dei luoghi, delle persone, svelando una realtà considerata impossibile, che invece è possibilità di una realtà diversa. La medesima scena diventa di colpo un mondo oscuro e inquietante, pur ricalcando il mondo che già conoscevamo e che sembrava, se non festoso, quantomeno innocuo. Non è forse questo che atterrisce del clown Pennywise?

Per la verità, del fatto di cronaca si parla poco, delle sue vittime per niente. Colpa della loro totale mancanza di glamour, per stessa ammissione dell’autore. Le recensioni che raccontano che La scuola cattolica parla del delitto del Circeo sono più ingannevoli dello spot di una crema anticellulite o dell’immagine sulla confezione dei Saccottini della Mulino Bianco. Albinati, nel tracciare il sentiero, sembra non seguire un progetto definito. Corre avanti e indietro dal passato al presente, affida alla pagina (alle pagine: 1294 per la precisione) lunghe divagazioni e riflessioni, si rivolge al lettore per scusarsene e suggerisce ai più impazienti di saltare qualche capitolo, con un tono che ricorda vagamente l’imitazione di Alberto Angela resa celebre da Neri Marcorè.
Se quella volta fosse passato di lì anche Gordon Lish, ne sarebbe risultato un volume da Biblioteca minima di Adelphi e invece, per le due settimane necessarie ad una lettura dal ritmo rilassato ma regolare, ci si trascina dietro quasi un chilo e mezzo di carta (rimane comunque imbattuta Storia della mia vita di Giacomo Casanova con le sue 5591 pagine. Peccato).
Va reso merito ad Albinati di essere riuscito a parlare di famiglie più o meno infelici senza citare l’incipit di Anna Karenina, che gratifica il lettore facendolo sentire intelligente, e di borghesia senza pescare a piene mani, tra gli altri, da Un borghese piccolo piccolo. Non citare il libro Cuore, quello no, non si poteva. E infatti.
Ne La scuola cattolica c’è talmente tanto di tutto che quando lo si ripone nella libreria di casa (il che comporterà quasi sicuramente un ciclo di sedute dal fisioterapista di fiducia) si ha la sensazione di aver compiuto una lunga traversata nel deserto, o una scalata particolarmente impegnativa. Senza voler dare a questa immagine un’accezione negativa: c’è la fatica ma c’è anche la soddisfazione di raggiungere la cima. Immagino, perché di scalate non ne ho mai fatte. Non posso credere però che tutto quel sudare, sbuffare, arrancare in debito d’ossigeno, inguainati in abiti scomodi e carnevaleschi, non regali un premio certo alla fine. Ma non divaghiamo. La scuola cattolica pretende molto, in termini di pazienza e dedizione, ma restituisce altrettanto, come testimoniato dall’abuso di post it utilizzati per segnare i brani più interessanti.
Ora non rimane che attendere (per carità, un tempo lunghissimo. “Il più tardi possibile, ma da noi”, citando lo slogan di una nota agenzia di pompe funebri) per scoprire se ad Edoardo Albinati verrà mai intitolata una strada, come in un passaggio del libro auspica Albinati medesimo. Per dire che si può vincere il Premio Strega e rimanere umili.

 

L’AUTORE

Edoardo Albinati è nato a Roma nel 1956.
Ha pubblicato libri di narrativa e poesia, tra cui Il polacco lavatore di vetri (Longanesi 1989), Orti di guerra (Fazi 1997), Maggio selvaggio (Mondadori 1999), 19 (Mondadori 2000), Sintassi italiana (Guanda 2001), Il ritorno (Mondadori 2002), Svenimenti (Einaudi, 2004), Tuttalpiù muoio (Fandango, 2006), Guerra alla tristezza (Fandango, 2009), Vita e morte di un ingegnere (Mondadori, 2012), Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura (Fandango Libri, 2014), La scuola cattolica (Rizzoli, 2016), vincitore del LXX Premio Strega.
Dal 1994 Albinati lavora come insegnante presso il penitenziario di Rebibbia, a Roma