(recensione di Laura Piva)


 

 

Autore: Arnaldur Indriðasson
Editore: Guanda
Pagine: 300
Genere: Thriller
I casi di scomparsa gli interessavano molto, li seguiva con molta attenzione tramite i media: tizi che andavano in montagna improvvisandosi cacciatori di pernici e che rimanevano fuori più del previsto, o gente che faceva escursioni nell’entroterra e spariva per giorni, oppure giovani che se ne andavano di casa come la ragazza con la blusa rosa. (…) Venivano inviate grosse squadre di ricerca a perlustrare la zona per diversi giorni, ma senza risultato. Restavano soltanto le domande, nessuna risposta.

Questo romanzo ha per protagonista il giovane Erlendur Sveinsson all’inizio della sua carriera in polizia ed è ambientato nella Reykjavík degli anni ’70 in cui la musica americana, la globalizzazione portata dalla Tv e i costumi alimentari americani stanno permeando e contaminando, seppur lentamente, la società Islandese.
Nonostante sia solo un agente semplice e per giunta in forza al turno di notte della polizia stradale, Erlendur ha la vocazione di investigare sui casi di persone scomparse, dato che, proprio la scomparsa del fratellino durante la loro infanzia, ha segnato pesantemente la sua vita.
La morte di un barbone, frettolosamente catalogata come annegamento accidentale, lo spingerà ad indagare privatamente e a scoprire impensabili connessioni con il caso irrisolto riguardante la sparizione di una donna di nome Oddny.
Erlendur condurrà un’indagine minuziosa accanendosi anche sui più piccoli dettagli ma, l’ostacolo più grande alla risoluzione dell’enigma, sarà l’ostracismo dei colleghi più anziani.
Sullo sfondo della vicenda vedremo nascere ed evolversi la tiepida storia d’amore del protagonista con Halldora.

Questo libro, che fa parte della serie di romanzi con protagonista Erlendur, pur essendo uno dei più recenti, tratta di un episodio giovanile della vita del poliziotto (è ambientato negli anni ’70 ) ed offre al lettore un bellissimo spaccato vintage dell’Islanda di quegli anni: molto isolata dal punto di vista culturale, ancora molto radicata nelle sue tradizioni e sospettosa verso tutte le contaminazioni esterne della globalizzazione. L’ambientazione del romanzo, nelle notti gelide della povera e malfamata Reykjavìk e la flemmatica malinconia del protagonista, rendono l’atmosfera molto noir. Il ritmo della narrazione è lento, a tratti un po’ ripetitivo e permeato di una sorta di tristezza.
Personalmente, trovo che il modo di scrivere di Indriðason sia sempre estremamente intrigante ed elegante nel descrivere luoghi, vicende e persone: solo alla fine del romanzo, quando ogni mistero si chiarisce, si capisce come ogni parola della prosa ed ogni passaggio del testo abbia avuto un suo peso nella risoluzione della vicenda. Probabilmente non è il miglior romanzo di Indridasson, ma chi come me ama quest’autore non potrà esimersi dal leggerlo ed aggiungere qualche altro tassello utile per capire la genesi del personaggio di Erlendur.